PER SAPERNE DI PIU’

FIGLI IMPERFETTI, FIGLI SERENI

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Quante volte si sentono commenti da parte di insegnanti o di genitori nei confronti dei propri figli che vengono definiti “troppo” vivaci o “troppo” taciturni o “poco” attivi o “poco” seri?

Talvolta non prevale forse l’attenzione e l’osservazione dei tratti “mancanti” piuttosto che quella sui punti di forza?

Dalla fase neonatale a quella scolare, la tendenza naturale al confronto favorisce quello che spesso si trasformerà in un costante processo di valutazione e di categorizzazione in cui il bambino spesso si sente sotto esame.

Che effetti hanno i commenti critici nel lungo termine?

Queste continue osservazioni, sebbene fatte in buona fede e con l’intenzione di stimolare al miglioramento (dal proprio punto di vista) il bambino, hanno effetti deleteri sia per i genitori che per i figli. Nel lungo termine, infatti, questi commenti critici portano gli adulti a sentirsi  frustrati, ansiosi e disorientati e i bambini a percepirsi inadeguati e difettosi provando tristezza, vergogna e rabbia generate da un’immagine di sé che risulta svalutata,  non accettata e non valevole per quella che è.

Certamente queste critiche, dunque, non rinforzano un’immagine positiva di sé, al contrario aumentano la sfiducia in se stessi. Crescere con una bassa autostima può costituire un fattore di rischio per lo sviluppo di forme di insicurezza personale o di vere e proprie psicopatologie future.

Come poter rinforzare l’autostima dei figli?

Se ridimensionassimo la tendenza al confronto, focalizzandoci più sulle differenze specifiche e  sulle peculiarità individuali piuttosto che sulle caratteristiche più comuni ritenute migliori, sarebbe più facile riconoscere e valorizzare le unicità di ognuno, rinforzandole.

Adottare una visione più orientata ai punti di forza che ai deficit permette di cogliere ciò che di positivo può esserci anche in una caratteristica comunemente ritenuta “meno vantaggiosa”, ma che rappresenta la vera autentica natura del proprio figlio.


NON SO COSA SCEGLIERE:

QUANDO LA FATICA DI DECIDERE CI FA SENTIRE BLOCCATI

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Decidere etimologicamente significa “tagliare via”, infatti nel momento in cui stiamo scegliendo un’opzione, ne stiamo escludendo un’altra. Questo processo ci porta necessariamente a fare i conti con possibilità e opportunità da una parte e con limiti e rinunce dall’altra. Tante variabili possono guidare il nostro processo decisionale e, quindi, il nostro modo di confrontarci con l’incertezza e il rischio di una scelta.

 L’indecisione si traduce nel rimandare?

A volte, di fronte ad una decisione da prendere, indugiamo e temporeggiamo convincendoci che non sia ancora maturato il momento più opportuno, che non siano presenti le condizioni più favorevoli per decidere riguardo qualcosa che non ci soddisfa pienamente, che l’incertezza delle conseguenze possibili sia troppo difficile da accettare e sopportare. Ma siamo sicuri che arriverà l’occasione ideale, perfetta? E quando? Decidere di non decidere probabilmente finirà per significare accettare passivamente le decisioni di qualcun altro. E’ davvero questo quello che desideriamo?

La nostra indecisione dipende dal timore dei giudizi degli altri e dai sensi di colpa?

Se riconosciamo queste interferenze negative, potrebbe significare che facciamo dipendere le nostre scelte in maniera eccessiva e disfunzionale dalle opinioni degli altri e dalla loro approvazione, altrimenti finiamo per sentirci in colpa. Queste influenze e pressioni esterne contribuiscono a farci sentire schiacciati dal peso della scelta e, quindi, bloccati. Le nostre scelte non sempre accontenteranno le aspettative degli altri, l’importante è che assecondino, per quanto possibile, le nostre esigenze.

Quali sono i nostri reali bisogni, le nostre specifiche esigenze, le nostre aspettative rispetto alla situazione indecisa che stiamo vivendo?

Fare chiarezza su ciò che più ci potrebbe far stare bene è una strategia molto utile sia per focalizzare meglio l’obiettivo che desideriamo raggiungere, sia per dare meno spazio e meno peso ai condizionamenti esterni. Come ci piacerebbe sentirci e vederci dopo la scelta? Che cosa ci piacerebbe scegliere se non prendessimo in considerazione le influenze esterne? Come possiamo rendere meno interferenti queste pressioni?

La nostra indecisione dipende dal timore di assumerci la responsabilità della scelta e delle sue conseguenze?

Decidere certamente significa essere disposti ad accettare la responsabilità di quello che accadrà, ma significa anche contribuire attivamente al nostro benessere, modificando in prima persona la situazione insoddisfacente che stiamo vivendo per cambiarla in meglio.


NON RICONOSCERSI E NON PIACERSI ALLO SPECCHIO:

COME SUPERARE LA DISMORFOFOBIA

non riconoscersi e non piacersi allo specchio monza

Con dismorfofobia si intende un’eccessiva preoccupazione per imperfezioni o difetti fisici (realmente presenti oppure solo presunti o temuti) che genera una totale insoddisfazione della persona per il proprio aspetto fisico e la propria immagine personale.

Il non riconoscersi e/o il vedere la propria immagine riflessa nello specchio come mostruosa genera una forte reazione di ansia e vergogna che portano a vivere con intenso malessere il rapporto con se stesso, oltre che il contatto con la gente, poiché fonte continua di confronto con gli altri.

Come si può riconoscere la dismorfofobia?

  • Passiamo parecchio tempo a pensare alle nostre imperfezioni corporee e a come mascherarle?
  • Passiamo parecchio tempo a controllare il nostro aspetto fisico (controlli allo specchio, applicazioni di trucco, attenzione eccessiva alla scelta dell’abbigliamento, maniacale cura personale, eccessiva attività fisica, confronto costante ed eccessivamente critico con gli altri)?
  • Questi comportamenti compromettono il nostro funzionamento a lavoro e nelle relazioni?
  • Tendiamo ad evitare situazioni a causa di questo malessere?

 Che malessere causa la dismorfofobia?

La percezione di avere qualcosa che non va e la convinzione di essere “difettosi” fa sentire la persona diversa, inferiore, disprezzabile agli occhi altrui. Questo profondo vissuto di inadeguatezza genera una forte vergogna che porta a nascondersi e ad isolarsi dai contesti sociali che espongono necessariamente al confronto diretto con gli altri. L’idea della gravità e dell’irreversibilità della situazione suscita un elevato livello di ansia che si manifesta con comportamenti ripetitivi di controllo (controllo fisico dei difetti e controllo mentale tramite continui paragoni con gli altri) finalizzati a monitorare il disturbo e la sua evoluzione. Questo isolamento finisce per amplificare i vissuti di tristezza e frustrazione che alimentano il senso di inadeguatezza.

Come si può superare la dismorfofobia?

La dismorfofobia si può superare con un trattamento psicologico che comprenda:

  • la messa in discussione ed il ridimensionamento delle convinzioni perfezionistiche;
  • il contrastare la tendenza a confrontarsi con standard elevatissimi e difficilmente raggiungibili;
  • l’esposizione graduale alle situazioni che creano disagio;
  • la sospensione dei comportamenti di controllo (controlli allo specchio, camuffamenti ecc.)
  • l’accettazione del difetto presente o percepito all’interno di una visione più ampia e completa della propria immagine personale;
  • l’incremento della capacità di tollerare l’imperfezione.

PERFEZIONISMO ECCESSIVO:

QUANDO IL DESIDERIO DI MIGLIORARSI DIVENTA UNA PRETESA DANNOSA

come curare il perfezionismo patologico monza

Con perfezionismo si intende la tendenza ad avere aspettative superiori agli standard comunemente accettati come soddisfacenti e  l’attitudine a mirare ad obiettivi molto elevati.

Quando il perfezionismo da sana spinta al miglioramento diventa patologico?

Parliamo di perfezionismo eccessivo o patologico quando tendiamo ad avere aspettative e standard di comportamento realisticamente difficili da soddisfare, quando puntiamo ad obiettivi troppo elevati o pretenziosi e quando consideriamo inaccettabile qualsiasi “imperfezione” al punto da arrivare a compromettere il nostro funzionamento quotidiano e il nostro equilibrio emotivo con conseguenti disturbi ansiosi o depressivi.

Come riconoscere il perfezionismo patologico?

  • Tendiamo a porci obiettivi realisticamente raggiungibili oppure no?
  • I nostri standard di riferimento sono appropriati o eccessivi?
  • Le nostre pretese di perfezione sono rigide o elastiche?
  • Facciamo fatica a delegare ad altri dei compiti?
  • Siamo esageratamente preoccupati dalla possibilità di commettere anche minimi errori?
  • Tendiamo a programmare e ad organizzare tutto nei minimi dettagli e con anticipo?
  • Non riusciamo a non controllare ripetutamente per essere certi che tutto sia perfetto?
  • Il nostro perfezionismo emerge molto frequentemente e in più ambiti (lavoro, immagine personale, vita privata, relazioni sociali)?

Da dove proviene il nostro perfezionismo?

Il perfezionismo patologico può essere determinato dalla combinazione di fattori ereditari (familiarità) ed ambientali (apprendimenti).

Esperienze ambientali ripetutamente criticanti e svalutanti  possono favorire lo sviluppo del perfezionismo patologico in persone geneticamente predisposte o caratterialmente portate a nutrire aspettative elevate verso se stessi.

  • Durante il nostro percorso di crescita i nostri comportamenti sono stati valorizzati e premiati in modo speciale solo se erano perfetti?
  • In caso di comportamenti non perfetti o di errori, siamo stati spesso rimproverati e/o puniti e ci siamo sentiti inadeguati ed incapaci? Le persone che ci seguivano sono sempre state estremamente esigenti nei nostri confronti?
  • Abbiamo avuto come modelli di riferimento dei comportamenti perfezionistici? In che misura l’osservazione di questi atteggiamenti ci ha influenzato?
  • Alcuni tipi di insegnamenti ci hanno trasmesso l’idea che siamo adeguati e che valiamo solo quando ci comportiamo in modo perfetto?

E’ possibile “curare” il perfezionismo?

Anche nei casi in cui sia presente una componente ereditaria (perfezionismo familiare), è possibile intervenire per modificare le nostre convinzioni perfezionistiche esasperate, ridimensionandole in modo più salutare.


RICORDI NEGATIVI, ESPERIENZE TRAUMATICHE:

SUPERARLE CON IL  METODO EMDR

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In che modo i nostri ricordi possono incidere sul nostro stato di malessere?

I nostri ricordi negativi, se non elaborati e superati, possono condizionare negativamente le nostre emozioni, le nostre reazioni, i nostri comportamenti dando origine a dei sintomi e/o a dei disagi emotivi importanti. Far emergere questi ricordi traumatici “congelati” e riconoscere il loro impatto emotivo è il primo passo per riuscire a liberarsi dei sintomi e ritrovare un nuovo equilibrio interiore.

 Come possiamo riconoscere l’interferenza del nostro passato sul nostro presente?

Abbiamo l’impressione che alcune nostre esperienze passate condizionino negativamente il nostro modo di vivere il presente? Ci sembra di continuare a viverle nel presente anche se sono passati parecchi anni? Ci impediscono di fare delle cose che vorremmo fare? Ci spingono a fare delle cose che non vorremmo fare?

 Cos’è l’EMDR e come funziona?

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, tradotto “Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari”), riconosciuto ufficialmente come trattamento efficace dal 1990, è un metodo terapeutico efficace per l’elaborazione di esperienze stressanti o traumatiche. Identificando ed elaborando i ricordi traumatici attraverso una stimolazione oculare guidata, permette di integrare vissuti fortemente negativi all’interno del sistema della memoria della persona risolvendoli e superandoli.

Quali sono i benefici di questo trattamento terapeutico?

Proprio perché i ricordi “congelati, non elaborati” favoriscono uno stato di malessere psicologico che può condizionare fortemente il nostro modo di vedere gli eventi e di reagire alle situazioni, risolvere questi vissuti passati lasciati in sospeso consente di risolvere e superare gli effetti e i sintomi fisici derivanti.

Tutti i terapeuti possono praticare questo metodo?

Per l’utilizzo di questo approccio terapeutico, è necessario che il professionista abbia seguito una formazione specifica con il conseguimento finale della relativa abilitazione (di I e II livello) alla pratica clinica. Questo garantisce la qualità dell’intervento professionale e la tutela del paziente.


RESILIENZA:

COME AUMENTARE LA CAPACITA’ DI AFFRONTARE EVENTI DIFFICILI E STRESSANTI

come affrontare lo stress psicologo monza

La resilienza, o resistenza a eventi negativi e stressanti, è la capacità di adattarsi ai cambiamenti difficili, agli eventi ostili continuando a perseguire i propri obiettivi, mantenendo motivazione  e tenacia nonostante gli ostacoli.

 La resilienza è innata o si può imparare e migliorare?

L’intera umanità è stata programmata per sopravvivere alle avversità; la resilienza, dunque, è una dotazione innata che è possibile però potenziare ulteriormente, in modo tale da aumentare la resistenza alle difficoltà; come afferma George Vaillant “La resilienza non è una condizione, ma un processo: la si costruisce lottando”.

In cosa consiste la capacità di resilienza allo stress?

  • Capacità di riformulare il modo in cui interpretiamo gli eventi negativi: lo stesso fattore stressante produce effetti diversi (più o meno intensi) nelle persone, proprio perché ognuno di noi “legge” in modo diverso, a seconda della propria storia personale e delle proprie convinzioni di base e delle proprie risorse interne, ciò che accade. Lo stesso evento produrrà, quindi, emozioni e comportamenti differenti in base a come lo vediamo e al significato che gli attribuiamo.
  • Senso di controllo: quanto più crediamo di essere in grado di affrontare le situazioni negative, tanto più riusciremo a farlo davvero; la convinzione di riuscita, che deriva anche dal vedere le cose almeno in parte sotto il nostro controllo, fa aumentare il nostro impegno per il raggiungimento dell’obiettivo. Sentirci responsabili in prima persona del corso degli avvenimenti, ci motiva ad intervenire in modo attivo su di essi. Una persona resiliente vede il successo come il frutto del suo impegno, mentre attribuisce al mancato impegno un insuccesso, vedendolo comunque recuperabile assumendo un atteggiamento più intraprendente. Diversamente, un basso senso del controllo (credere nella fortuna o nelle coincidenze esterne), alimenta un atteggiamento passivo e rassegnato verso qualcosa che non vediamo dipendere minimamente da noi.
  • Capacità di tollerare le frustrazioni: la difficoltà nell’accettazione di fatica, insuccesso e incertezza degli eventi limita il nostro potenziale di resilienza. Aspettative realistiche e una maggiore tolleranza dell’attesa, del disagio, del sacrificio contribuiscono invece a mantenere alte la motivazione e la tenacia verso il risultato desiderato. La frustrazione, infatti, può avere anche una notevole azione propulsiva capace di direzionare al meglio i nostri sforzi di fronte agli ostacoli, spingendoci ad attivarci e a fare cambiamenti, senza mai perdere di vista l’obiettivo.

Quali sono i maggiori ostacoli all’esercizio e al potenziamento della resilienza?

  • La poca consapevolezza di questa straordinaria risorsa innata che va continuamente allenata e rafforzata. Più la si esercita e più se ne riconoscono e se ne apprezzano i benefici.
  • Le credenze eccessivamente negative e pessimistiche che fanno vedere la sconfitta come irrecuperabile e definitiva e non come una preziosa opportunità per imparare, migliorare e ricominciare, meno vulnerabili di prima, verso la propria meta.

ANSIA:

COME SUPERARLA QUANDO DIVENTA PROBLEMATICA

superare l'ansia psicologo monza

L’ansia è una risposta automatica che il nostro organismo mette in atto di fronte ad una minaccia di pericolo. Ha dunque una funzione protettiva in quanto ci mette in allerta e ci spinge a reagire in modo attivo di fronte alla situazione temuta. E’ dunque utile e funzionale, se non presente in misura eccessiva.

Come si manifesta l’ansia?

L’ansia si manifesta a tre livelli:

  • A livello di sintomi fisici: tachicardia, nodo alla gola, affanno, sudorazione, vampate di calore, vertigini, tensioni muscolari, nausea, diarrea, inappetenza, insonnia, prurito, spossatezza.
  • A livello di pensieri: convinzioni di non potercela fare, convinzioni di perdita del controllo.
  • A livello dei comportamenti: difficoltà ad affrontare situazioni temute, evitamento delle situazioni ansiogene.

Quando l’ansia diventa problematica?

L’ansia diventa problematica se si presenta in misura eccessiva; se si estende a situazioni sempre più numerose, se inizia molto tempo prima di affrontare la situazione e permane nel tempo in modo intenso, l’ansia diviene negativa e dannosa perché invece di facilitare lo svolgimento del nostro compito, finisce per ostacolarlo.

E’ possibile imparare a gestire l’ansia?

Sì, è possibile imparare a gestire l’ansia in modo che non finisca per condizionarci e limitarci troppo. Attraverso delle specifiche strategie si può mantenere l’ansia sotto controllo, riducendone la frequenza, l’intensità e la durata.

E’ possibile non avere mai ansia?

Non è possibile eliminare del tutto l’ansia perché, finchè non diventa problematica, ha una funzione fondamentale ed è utile che sia presente. L’importante è che non diventi cronica e invalidante al punto da compromettere la qualità della nostra vita.


 PENSIERI NEGATIVI:

IMPARARE A SUPERARLI PIUTTOSTO CHE SUBIRLI

come superare pensieri negativi psicologo monza

Pensare in modo troppo negativo alle situazioni che viviamo porta a provare emozioni negative forti, frequenti e durature, oltre che a condizionare negativamente il nostro comportamento. Dietro ad un’emozione negativa intensa (rabbia, tristezza, vergogna, ansia, senso di colpa), ci sono solitamente pensieri molto negativi. Per questo motivo, è importante imparare a riconoscerli e a ridimensionarli, prima che prendano il sopravvento e ci limitino troppo.

Come riconoscere i pensieri eccessivamente negativi?

  • Tendi a valutare/ spiegare un evento spiacevole che ti è capitato basandoti quasi esclusivamente sull’ipotesi peggiore possibile?
  • Tendi a saltare frettolosamente a conclusioni negative?
  • Tendi a vedere come più probabili le conseguenze peggiori tra tutte quelle possibili?
  • Tendi a vedere tutto come minaccioso e rischioso?
  • Tendi a reagire eccessivamente (con emozioni negative intense o con comportamenti disfunzionali) agli episodi quotidiani che vivi?
  • Tendi sistematicamente a vederti non abbastanza capace, non adeguato, non all’altezza della situazione?
  • Tendi sistematicamente a vedere l’altro con intenzioni o comportamenti malevoli nei tuoi confronti?

E’ possibile modificare questo modo abituale di ragionare?

Sì, è possibile. Una volta riconosciuto che questo modo eccessivamente negativo di pensare è svantaggioso e controproducente, è possibile modificarlo in modo tale che diventi meno limitante possibile sulla nostra qualità di vita. Come tutte le abitudini scorrette che abbiamo, anche i pensieri troppo negativi possono essere modificati, con impegno e costanza.

In che modo può essere utile un percorso psicologico?

Un percorso psicologico può essere utile per:

  • Riconoscere come le nostre reazioni eccessive (emotive e comportamentali) alle situazioni che viviamo dipendano da come “leggiamo” la situazione;
  • Individuare gli “errori di lettura” che ci portano ad una visione prevalentemente negativa;
  • Ridimensionare e ridurre, non eliminare, i pensieri negativi;
  • Limitare la frequenza, la durata e l’intensità delle emozioni negative;
  • “Allenare” un tipo di ragionamento più realistico e funzionale.

ATTACCHI DI PANICO:

QUANDO L’ANSIA PORTA ALLA PAURA DI PERDERE IL CONTROLLO

psicologo monza ansia attacchi di panico

Un attacco di panico è un’esperienza improvvisa e intensa di ansia acuta che ha una breve durata (qualche minuto), ma che viene percepita come qualcosa di estremamente minaccioso per la salute fisica ed emotiva della persona che non riesce a darsi una spiegazione dell’accaduto. Ha come principali effetti immediati spossatezza e debolezza fisica, oltre che confusione mentale.

Come riconoscere un attacco di panico?

  • Hai improvvisamente tachicardia e affanno intensi? Hai capogiri, nausea, tremori o brividi, sudorazione eccessiva? Avverti formicolii a mani e/o piedi? Senti vampate di calore e/o rossore al viso o al petto?
  • Questi sintomi fisici (non dovuti ad una condizione medica) raggiungono un’intensità massima nel giro di pochi minuti?
  • Mentre senti questi sintomi fisici crescere, hai paura di svenire, hai paura di perdere il controllo (avere comportamenti inadeguati davanti agli altri), hai paura di impazzire o di morire (per un infarto o un ictus)?
  • Dopo aver avuto un attacco di panico, hai paura di averne degli altri? Questo ti porta a evitare alcune situazioni o a sopportarle con molta fatica?

Come distinguere uno stato di ansia da un attacco di panico vero e proprio?

L’ansia è uno stato di tensione fisica e mentale che può capitare nell’affrontare una situazione nuova, imprevista o da noi percepita come difficile; ma l’ansia può anche essere una condizione che può perdurare in modo costante durante un periodo di forte stress. Si può soffrire di sintomi ansiosi anche per un lungo lasso di tempo, ma senza mai avere un attacco di panico. L’attacco di panico è la manifestazione più intensa dell’ansia.

E’ possibile vivere senza attacchi di panico?

Sì, una terapia cognitivo-comportamentale, in associazione eventualmente, se c’è la necessità, ad un trattamento farmacologico nella fase acuta, permette di superare gli attacchi di panico e di recuperare il benessere perduto.

La terapia cognitivo-comportamentale come può risolvere gli attacchi di panico?

La terapia permette di acquisire strategie e tecniche utili per:

  • gestire e ridurre la sintomatologia ansiosa;
  • gestire e ridurre i pensieri negativi disturbanti;
  • limitare l’evitamento delle situazioni ansiogene;
  • gestire serenamente le situazioni quotidiane prima vissute con ansia.

PENSIERI OSSESSIVI E COMPORTAMENTI COMPULSIVI:

QUANDO DIVENTANO PROBLEMATICI E COME SI POSSONO SUPERARE

come superare i pensieri ossessivi e i comportamenti compulsivi psicologo monza

Come si distinguono i pensieri ossessivi ed i comportamenti compulsivi dalle normali abitudini quotidiane?

  • Hai ricorrenti pensieri/immagini/impulsi che ti disturbano e di cui non riesci a liberarti? Hai frequentemente dubbi che non ti lasciano tranquillo?
  • Questi continui pensieri/dubbi/immagini/ impulsi (“Avrò chiuso la porta di casa?…Avrò spento il gas?…Avrò fatto tutto correttamente?”) ti fanno sentire emozioni di ansia, senso di colpa o disgusto?
  • Senti un bisogno o un’urgenza di fare certe cose (ripetere la stessa azione, riordinare, lavare, controllare, contare o ripetere mentalmente formule superstiziose, controllare i pensieri) che non riesci a non fare? Questi comportamenti, magari ripetitivi, ti fanno perdere parecchio tempo, oltre che disperdere molte energie? Se sei impossibilitato a farli, provi parecchio disagio?

Quali sono i pensieri ossessivi più frequenti?

  • Eccessiva paura di commettere errori
  • Eccessiva paura di essere responsabile di qualcosa di grave che potrebbe avvenire
  • Eccessiva paura di poter provocare un danno a qualcuno

Quali sono i comportamenti compulsivi più frequenti?

  • Ripetuti controlli per verificare se sono stati commessi degli errori (omissioni, sbagli)
  • Ripetuti controlli e/o eccessive verifiche di porte (serrature, chiavistelli), apparecchi elettrici, interruttori della luce e del gas
  • Ripetuti controlli e/o eccessive verifiche per capire se qualcuno è stato danneggiato a causa nostra

Quali sono i fattori che possono contribuire allo sviluppo di questo tipo di ansia?

Fattori genetici, metodi educativi eccessivamente severi (“Non si devono fare errori”), situazioni di vita che espongono a forti responsabilità ed una struttura di personalità eccessivamente perfezionistica possono favorire lo sviluppo di questo disturbo d’ansia.

Come si può superare il disturbo ossessivo- compulsivo?

Un percorso psicologico fornisce strategie efficaci per:

  • Ridurre i pensieri ossessivi ed i comportamenti compulsivi;
  • Imparare a trattare le ossessioni come pensieri e non come dati di realtà;
  • Imparare a tollerare i vissuti emotivi negativi e spiacevoli connessi ai pensieri ossessivi;
  • Migliorare la focalizzazione dell’attenzione;
  • Ridimensionare in modo più realistico e funzionale il proprio senso di responsabilità.

ANSIA SOCIALE (O FOBIA SOCIALE):

COME SUPERARE LA PAURA DEL GIUDIZIO ALTRUI E DISTINGUERLA DALLA TIMIDEZZA

superare timidezza e ansia sociale monza

Spesso i termini timidezza o ansia sociale (fobia sociale) vengono ritenuti sinonimi; se è vero che presentano elementi comuni, è altrettanto vero che non siano esattamente sovrapponibili.

La timidezza può comportare un disagio lieve e passeggero nell’approccio alle situazioni sociali, ma questo comunque appare come qualcosa di affrontabile e gestibile nel corso della situazione e non porta ad evitarla del tutto. Talvolta la timidezza provata in alcuni contesti può anche diminuire spontaneamente con la crescita.

L’ansia sociale, invece, va oltre la comune timidezza perché implica un disagio molto più intenso e frequente che si basa su un’eccessiva paura di affrontare situazioni sociali (pranzi, cene, uscite, conoscenza di nuove persone, feste, riunioni di lavoro ecc.) o di eseguire prestazioni davanti ad altri  (scrivere, telefonare, lavorare, parlare, esprimere un disaccordo, fare degli errori ecc.) per la forte e costante preoccupazione di comportarsi in modo non adeguato (rimanere troppo in silenzio, dire qualcosa di inappropriato o di imbarazzante, fare qualcosa di ridicolo, mostrarsi in difficoltà, ecc.) e di essere, quindi, valutati negativamente dagli altri. La persona con ansia sociale cerca di proteggersi dalla costante paura del giudizio altrui evitando i contesti sociali, anche se non vorrebbe.

Più numerose sono le situazioni sociali in cui si teme di essere giudicati, più intensa sarà l’ansia sociale e maggiormente limitato sarà il comportamento. Se non adeguatamente trattata, rischia di diventare cronica e di compromettere molto la qualità della vita della persona che soffrirà molto di vissuti di insicurezza, inferiorità, esclusione e solitudine.

Quali sono le caratteristiche più frequenti di chi ha l’ansia sociale?

  • Nelle situazioni sociali con tanta gente hai costantemente il timore di sentirti al centro dell’attenzione, di essere osservato, giudicato negativamente, di trovarti in difficoltà, di essere umiliato e/o deriso?
  • Temi di rimanere in silenzio o di arrossire, sudare o tremare eccessivamente davanti agli altri, così che tutti lo noteranno e ti giudicheranno male?
  • Hai pensieri negativi prima, durante e dopo la situazione temuta?
  • Pensi che questi pensieri e queste emozioni di ansia ti stiano limitando molto interferendo sul tuo funzionamento nelle relazioni con gli altri (partner, amici, colleghi, autorità, conoscenti, estranei)?
  • Eviti alcune situazioni o le affronti adottando delle “precauzioni” (preparando un discorso in anticipo, scegliendo una specifica postazione per sedersi, scegliendo posti con una specifica illuminazione così da essere meno osservabile)?

 Come si può superare l’ansia sociale?

E’ possibile diminuire e/o superare l’ansia sociale attraverso un percorso psicologico che permetta di:

  • riconoscere e ridurre il timore del giudizio altrui;
  • riconoscere e limitare i pensieri e le aspettativi negative;
  • gestire e limitare attraverso specifiche strategie la sintomatologia ansiosa (ansia anticipatoria,  i comportamenti protettivi ed i comportamenti di evitamento);
  • ridurre il timore di mostrare l’ansia, piuttosto che tentare costantemente di controllarla;
  • migliorare le abilità sociali;
  • incrementare le interazioni sociali;
  • aumentare l’autostima.

 


IPOCONDRIA ( O ANSIA PER LA SALUTE):

COME RICONOSCERE E AFFRONTARE LA PAURA DELLE MALATTIE

curare l'ipocondria monza

L’ ipocondria, o ansia per la salute, è la costante preoccupazione e convinzione di avere una malattia fisica grave o addirittura mortale che perdura per almeno 6 mesi.

Come si manifesta l’ansia per la salute?

  • Passi molto tempo a preoccuparti per la tua salute, nonostante gli esami medici non abbiano evidenziato nulla?
  • Controlli spesso il tuo corpo per monitorare anche minime variazioni nelle tue sensazioni fisiche o nei sintomi?
  • Ricerchi frequentemente rassicurazioni da parte di familiari, amici, conoscenti e medici?
  • Cerchi informazioni riguardo a sintomi e malattie su internet oppure eviti il più possibile di entrare in contatto con persone o notizie/ programmi tv che parlano di malattie/ morte?
  • Eviti delle attività fisiche per proteggerti dal rischio di dolori o malattie?

Quali possono essere le principali cause dell’ansia per la salute?

  • Predisposizione genetica all’ansia ereditata dai familiari
  • Ambiente familiare che favorisce l’apprendimento di preoccupazioni eccessive per la salute e convinzioni estremamente negative e rigide (i cambiamenti corporei sono sempre il segnale di qualcosa che non va, preoccuparsi protegge dalle malattie ecc.)
  • Esperienze di malattia e morte

Sebbene sia un disturbo d’ansia relativamente comune (ne soffre il 3-10% della popolazione), è molto importante non trascurarlo e intervenire prontamente per evitare il rischio che diventi cronico, condizionando severamente la qualità della vita.

Un percorso psicologico efficace permette di superare l’ansia per la salute in questo modo:

  • Riconoscendo e limitando i meccanismi disfunzionali che alimentano l’ansia per la salute
  • Riducendo i sintomi d’ansia e i comportamenti di controllo, di rassicurazione e di evitamento
  • Rendendo le preoccupazioni per la salute più realistiche
  • Affrontando in futuro i temi della salute e della malattia in modo più sereno

FIBROMIALGIA:

CONOSCERE GLI ASPETTI PSICOLOGICI ASSOCIATI PER IMPARARE A CONVIVERCI AL MEGLIO

fibromialgia monza

La fibromialgia è una patologia cronica che comporta dolore generalizzato e alla cui diagnosi spesso purtroppo si giunge per esclusione, non esistendo uno specifico esame diagnostico, dopo un lungo iter di esami medici.

I principali sintomi fisici che la caratterizzano sono costituiti da dolori muscolo- scheletrici diffusi (che vanno dalla testa ai piedi, colpendo muscoli, tendini e legamenti) ai quali frequentemente si associano diversi e significativi aspetti psicologici.

Quali componenti psicologiche incidono sull’esperienza dolorosa fibromialgica?

  • Il significato e la valutazione soggettiva del dolore che proviamo: viviamo il dolore come qualcosa di inaccettabile e intollerabile oppure no? Come viene influenzato il nostro modo di reagire e il nostro comportamento a seconda della nostra specifica valutazione del dolore?
  • La percezione della capacità di gestione della condizione dolorosa: riteniamo di avere scarse capacità di controllo del dolore? Crediamo che dovremmo riuscire a controllarlo meglio? Ci sentiamo impotenti e siamo convinti che non si possa vivere se non controllando il dolore?
  • Il rimuginio: facciamo fatica a distogliere i nostri pensieri dall’esperienza dolorosa? La nostra attenzione costante ai sintomi dolorosi come ci condiziona nel vivere la quotidianità? Riconosciamo di avere preoccupazioni negative eccessive e costanti circa il dolore?
  • La gestione delle emozioni negative associate: fatichiamo ad elaborare emozioni di ansia, paura, rabbia e senso di colpa? Mal sopportiamo vissuti di incomprensione e solitudine? Tolleriamo con difficoltà intensi livelli d’ansia?
  • Il tono dell’umore: osserviamo di essere spesso giù di morale? Come variano le oscillazioni del nostro umore?
  • Le strategie di adattamento alla condizione: tendiamo a ridurre in modo consistente gli impegni e le attività quotidiane? Ricorriamo frequentemente all’utilizzo di analgesici per gestire il dolore e la sua interferenza sul nostro funzionamento?
  • La struttura di personalità: abbiamo un elevato senso del dovere e tendiamo al perfezionismo? Siamo portati a sovraccaricarci emotivamente e fisicamente facendo fatica a delegare ad altri? Stiamo più attenti a soddisfare i bisogni degli altri piuttosto che i nostri? Fatichiamo a esprimere agli altri le nostre esigenze e spesso le trascuriamo?

Un trattamento efficace si basa su un approccio multidisciplinare integrato in cui collaborino più figure professionali (reumatologo, fisioterapista- osteopata, psicologo).

Accanto ad una terapia farmacologia e/o riabilitativa, è importante affiancare un percorso psicologico che può comprendere diversi interventi utili per affrontare al meglio la sindrome fibromialgica:

  • Informare riguardo alle caratteristiche e all’andamento della patologia;
  • Riconoscere e imparare a monitorare le influenze reciproche tra pensieri ed emozioni negative e comportamenti disfunzionali;
  • Acquisire strategie efficaci per la gestione dei sintomi (tecniche di rilassamento, di mindfulness e di risoluzione dei problemi);
  • Migliorare l’igiene del sonno;
  • Regolarizzare il ritmo di attività e riposo contrastando atteggiamenti iperattivi quando il dolore è meno intenso e limitando i comportamenti di evitamento in corrispondenza di periodi più acuti;
  • Promuovere il supporto dei familiari distribuendo il carico di responsabilità;
  • Migliorare le prestazioni lavorative e la qualità delle relazioni.